Manoscritti Trivulziani della Commedia: Triv. 1048

Dante interpretato dall'Umanesimo

 

Nonostante sia conservato in Lombardia, nella collezione storica proveniente dalla famiglia Trivulzio, il manoscritto Triv. 1048 conduce il lettore nel cuore della nostra cultura umanistica italiana di ambiente fiorentino.

Il Triv. 1048, conservato all'Archivio storico civico e Biblioteca Trivulziana di Milano, è un manoscritto di centimetri 21 x 14, una misura abbastanza ridotta e adatta alla lettura personale; le carte sono 250 regolarmente suddivise in 25 fascicoli di 10 fogli ciscuno; il volume è membranaceo, realizzato utilizzando una bella pergamena con margini non particolarmente ampi, ed è decorato e illustrato in pi๠punti. La legatura è originale. Proprio quest'ultima, prima ancora di sfogliare le carte, costituisce la prima traccia dell'origine umanistica e fiorentina del codice.

La legatura

La legatura è composta da tavole in legno ricoperte di pelle decorata a impressione. La decorazione è costituita da fasci di quattro filetti che delineano tre cornici: la prima e la terza sono vuote; la seconda comprende la traccia di un ferro detto "a nodo", che compone dei cerchi sovrapposti tra loro. Anche la zona centrale rettangolare è decorata con un ferro che come risultato crea dei cerchi che si intrecciano tra loro e contengono al loro interno dei piccoli punti che in almeno un caso recano traccia di colore rosso.
Questo tipo di decorazione, assai caratteristica, si trova in legature fiorentine della metà  e del terzo quarto del secolo XV e ci permette di collocare la parte finale della confezione del codice nel capoluogo toscano.

La scrittura

 

Anche la scrittura è di area fiorentina. E' una scrittura umanistica tipica del sec. XV, una scrittura che nacque come reazione alla scrittura medievale gotica, giudicata troppo angolosa e barbara. Essa venne forgiata su modelli di epoca carolina, modelli solitamente risalenti ai secoli X - XII, e rientra nelle azioni strategiche che gli umanisti usarono per affermare la propria volontà  di recuperare la cultura latina classica. In questo caso la scrittura non è perfettamente libraria, poiché ha numerose legature tra le lettere che ci permettono di definirla semicorsiva. Non è, insomma, una scrittura con pretese calligrafiche, ma piuttosto una scrittura di bottega, di qualche copista di professione.

La decorazione


Di bottega poi, e di bottega inquivocabilmente fiorentina, è anche la decorazione a bianchi girari che si trova all'incipit delle tre cantiche. La pagina iniziale dell'Inferno, la c. 4r, presenta questo tipo di decorazione su tre lati, con inserimento di minuscoli animali elegantemente tracciati e due putti che sorreggono lo stemma della famiglia Boninsegni di Firenze, stemma trinciato d'oro e d'azzurro con tre stelle azzurre alla banda.

L'inizio del Purgatorio e del Paradiso presentano una cornice simile, della stessa mano, ma solo su due lati. Anche questo tipo di decorazione altro non è che il recupero di tipologie decorative tipiche dei secoli precedenti, in cui gli umanisti credevano di vedere manufatti vicini alla classicità .

I bianchi girari del triv. 1048 sono molto simili a prodotti simili usciti dalla bottega di Francesco di Antonio del Chierico, un miniatore attivo a Firenze nella seconda metà  del quattrocento (morଠnel 1484), che lavorò sia per codici liturgici sia per codici classici e volgari.

Il testo


Anche per quanto riguarda il testo, il manoscritto riporta numerose caratteristiche tipiche di un gruppo testuale localizzabile in area fiorentina tra gli anni Trenta e Quaranta del Trecento, il cosiddetto gruppo dei Danti del Cento, usciti da
un'attivissima officina scrittoria nella quale vennero prodotte eleganti copie del poema dantesco, simili tra loro per impaginazione (disposizione su due colonne), decorazione e tipo di scrittura.
Ma se questo codice raccoglie in sé tante caratteristiche che davvero possiamo chiamare "di bottega", dalla legatura alla scrittura e alla decorazione a bianchi girari, fino addirittura al testo, le illustrazioni a piena pagina che aprono le tre cantiche si staccano da questo sostrato "sanza infamia e sanza lodo" con un guizzo artistico che, anche se allo stato attuale non può essere attribuito, nasconde di certo la mano sicura e agile di un artista non banale.

 

Le illustrazioni

 

 

Il verso della c. 3, contrapposta alla cornice a bianchi girari con cui inizia il testo vero e proprio della Divina Commedia, presenta l'entrata di Dante nella città  di Dite:

Noi pur giugnemmo dentro a l'alte fosse

che vallan quella terra sconsolata:

le mura mi parean che ferro fosse.

Non sanza prima far grande aggirata,

venimmo in parte dove il nocchier forte

"Usciteci", gridò: "qui è l'intrata".

Io vidi pi๠di mille in su le porte

da ciel piovuti, che stizzosamente

dicean: "Chi è costui che sanza morte

va per lo regno de la morta gente?".

E 'l savio mio maestro fece segno
di voler lor parlar segretamente.

 

 

L'illustrazione è incompiuta ma rivela un artista capace di dare espressione ai volti dei personaggi (Virgilio, Dante e i diavoli) e di rendere con vivacità  i loro movimenti, soprattutto nel caso dei diavoli che piovono dal ciel stizzosamente. Anche l'archittetura è delineata con fedeltà  al testo che definisce le mura di Dite che parevano di ferro, grigie e livide.

Alla c. 165v, di fronte a «La gloria di colui che tutto move... » si trova invece del tutto sospeso in una fase preparatoria della miniatura finale il saluto tra Virgilio e Dante alla porta del paradiso di cui si intravvede Dio padre tra le schiere angeliche. Qui sono state riempite solo le parti in oro mentre il resto si limita a un disegno assai veloce, che tratteggia però in maniera significativa l'architettura e i volti.

Infine, alla c. 84v, si trova la terza illustazione (seconda in ordine all'interno del volume), l'unica compiuta che, pur trovandosi affrontata all'incipit del Purgatorio, di fatto rappresenta una scena infernale, in cui gli studiosi hanno voluto vedere l'incontro di Dante con i barattieri, ma che in realtà  resta di interpretazione problematica.
La scena infatti comprende dei demoni, anche piuttosto vivaci, che indicano necessariamente che ci troviamo nell'Inferno. I barattieri, se barattieri fossero, dovrebbero essere immersi nella pece fino al capo e in un unico bacino, non in queste fosse che sembrano tombe.
Alcuni di questi dannati hanno le mani legate dietro alla schiena come i ladri, ma non pare di potere vedere serpenti tra loro. Potrebbe forse trattarsi di una visione generale delle pene, non di un incontro specifico, ma in ogni caso essa resta un'illustrazione ricca di pathos, che insieme alle due precedenti, rivela un artista maturo, intervunuto a completare il bel codice dantesco.
Queste illustrazioni, nonostante il loro valore artistico, attendono ancora di essere studiate dagli storici della miniatura. Il Censimento dei manoscritti medievali della Lombardia, si propone proprio l'obiettivo di attirare l'attenzione dei ricercatori e dei cittaidini su un patrimonio ancora poco noto, sia attraverso la riproduzione digitale dei codici sia attraverso lo studio degli aspetti meno noti di questi libri antichi.